Se certe signorine avessero conosciuto mia nonna avrebbero evitato di passare dalle forche caudine del processo Ruby. «Fate attenzione a quei bei capitali», diceva, ammonendo le mie cugine grandi che al sabato sera andavano incontro all’eros in minigonne optical e capelli tagliati a caschetto da ghisa (per i non milanesi, il ghisa è il vigile urbano). Naturalmente i “bei capitali” erano maschi, giovani e con ormoni ruggenti (niente a che vedere con le satrapie di piedi baciati).
Io, decenne invidiosa di tanta giovane libertà femminile, non capivo.
Ma quella parola, “capitali” da allora è sempre stata compagna di vita. Declinata al singolare, il “capitale”, negli anni euforici della paghetta di papà e dell’impegno politico; associata a umano (leggi “capitale umano”) quando il lavoro mi ha messo davanti a uffici del personale e sindacato; resa cool nell’accoppiata con ‘conoscenza’ e ‘intellettuale’ (“capitale intellettuale” o “capitale della conoscenza”); arresa, sotto forma di “piccolo capitale”, quando, uscita volontariamente da una redazione, mi sono ritrovata con un gruzzoletto da mettere a disposizione di un sogno (il mio) e quello di un’adorata trentenne (ora con mutuo sul groppone).
A guardarla da qui – senza capitali e precaria per scelta, ma fortunatissima perché, per dirla con la poetessa Szymboroska, in quanto in vita posso ancora partecipare stupita “a questo gioco con regole ignote” – quella parola mi sembra sempre più oscura e scura. Eppure ineludibile. Non sono un’economista, dunque, non mi infilo in un discorso su capitalismo sì o no. Ma da un paio d’anni ho per me adottato le seguenti regole che io giudico “anticapitaliste” (non chiedetemi perché):
1) sognare (che non costa nulla)
2) smettere di acquistare beni inutili;
3) acquistare solo beni necessari e di buona qualità;
4) non buttare mai nulla: ma accomodare (fare accomodare), riutilizzare, cambiare destinazione d’uso;
5) dire addio all’automobile;
6) coltivare un orto;
7) mettere a disposizione di altri quel che so/quel che ho;
8) ascoltare la radio (Radiotre).
9) leggere
10) sentire musica.
Qualcuno mi ha detto che sono à la page perché sono in quel filone di pensiero che si chiama neofrugalità. Un amico carissimo parla di “eremitismo”. Francamente, detesto le categorie : neofrugalità mi sa di pane raffermo e di stufetta elettrica; eremitismo di schifo per gli altri. Io il pane lo impasto ogni tre giorni, al mattino prestissimo quando la casa dorme. Diventato duro, lo grattugio per impanare o lo do ai vicini di casa per le galline (in cambio ne ho uova fresche). La farina la compro e pure olio e pago la bolletta della luce per il forno, dunque frugale no, la mia vita non lo è.
E nemmeno sono eremita: sì, certo, prima ero una riunionista (dal condominio alla politica non me ne sono persa una), ora sto con pochi: un uomo amatissimo, due amiche, un amico, una sorella e due nipoti.
Preferisco, puntare a una vita essenziale. O meglio ci provo, eliminando un po’ alla volta il superfluo. Persino nei pensieri. Nelle relazioni. Nel flusso di informazioni in entrata e in uscita. E per fare questo vado a scuola, quotidianamente da nostra signora “la fame”. Sì, avete letto bene, la fame non la fama.
A un certo della mia vita ho letto Carlin Petrini e quella sua frase: «Non lasciamoci mangiare dal cibo» è diventata il mio mantra. Quello che mi fa puntare all’essenziale, in tutto.
Nel mio frigorifero e nella mia dispensa non entrano più buste di insalata, sughi precotti, minestroni surgelati. Il mio cibo è mio: tutto quanto è verde (frutta dagli alberi, verdura ecc.) è prodotto da me Nasce in un bilocale milanese dentro piccoli contenitori: semi di cavoli, broccoli, finocchi, pomodori, zucchine, fagiolini, melanzane…le stagioni vanno e vengono con quei minuscoli astucci vegetali. Con loro, i miei semi, che diventano piantine – sempre troppe, ma le regalo a quelli che hanno un orto a disposizione, e siamo sempre di più – e poi frutti, vado in contro ai miei giorni. Quei frutti io li trasformo: conserve, surgelati (cotti o no), composte, marmellate.
Il tempo? Quello lo trovo sempre sottraendolo – come ho fatto tutta la vita – al tempo del lavoro e dell’accudimento. In cambio ricevo un tempo per pensare (provate a seguire il ciclo di un seme di pomodoro, dal suo nascere alla sua morte, e poi provate a scrivere quello che vi suggerisce quella esplosione di energia) svincolato dalla contabilità del dare-avere; risparmio denaro (che investo in altro. Un esempio? Una busta di insalata costa 9 euro al chilo; io con 6 euro di semi mi assicuro l’insalata fresca per tutto un anno, più – se è estate – pomodori, zucchine, melanzane, cetrioli, fagiolini); mi doto di mezzi di scambio (dò zucchine e ricevo arance, quest’anno però pianto un albero in quel sogno affacciato sul lago realizzato col “piccolo capitale”)
Ma soprattutto capitalizzo: il mio senso critico, la mia voglia di non farmi infinocchiare. Capitalizzo libertà, anche quella di pensare senza paura alla morte. ma soprattutto provo a narrare – occhio non insegno, non passo testimoni…. NARRO – ai più giovani tutto questo. Sono nipoti e loro amici, sono i ragazzi e le ragazze di una casa famiglia milanese. Chinata sui miei semi e su giovani individui provo ancora a sperimentare la Szymborska quando scrive:
“Conosciamo noi stessi solo fin dove
siamo stati messi alla prova.
Ve lo dico
Dal mio cuore sconosciuto”.
Rossana Lacala
Sono nata a Napoli 58 anni fa, ma da 36 Milano accoglie il mio lavoro e le mie passioni. Ho studiato medicina. Una piroetta della sorte mi ha spinto nelle radio libere “ma libere veramente” e, di lì, nei giornali. Ho scritto (mi hanno fatto scrivere) di tutto: dal turismo allo sport, dalla gastronomia al costume, dalla psicanalisi alla politica. Poi è arrivato il gossip e con esso la possibilità di guardare questo Paese da un punto di vista speciale. Capendo in anticipo quel che sarebbe accaduto. Nel 2011 ho pubblicato un libro, Italia Low Cost – Viaggio in un Paese che tenta di resistere alla crisi (Aliberti) convinta che una strada per vivere meglio – col meno e col buono – sia possibile. Ho anche tradotto uno scritto inedito di Jacques Lacan per Editori Riuniti, ma questo è accaduto tanto tempo fa. Continuo a sognare, soprattutto di “entrare nella morte ad occhi aperti”.








Che belle parole Rossana, e che bei fatti !
Complimenti e buone cose.
Fabrizio.
Articolo molto interessante… di sicuro non sempre i soliti consigli triti e ritriti… grazie per lo spunto.