Arianna:
Conosco il tuo lavoro e, come avverte già la scritta sul tuo sito, non sei certo un fotografo che teme i cosiddetti “limiti del mostrabile”.
eppure mi colpisce il tuo pudore nel fotografare la tua famiglia e i sentimenti (presumo) che ti legano ad essa. E’ pudore, o è semplicemente un altro linguaggio? Raccontami.

Simone:
No, non si tratta di pudore, al contrario: molte fotografie parlano della mia famiglia, nonostante poche volte ci siano i loro volti e i loro corpi.
Innanzitutto ci sono sentimenti tanto radicati dentro di me da non poterli raccontare o sfogare con un ritratto: troppo imbrigliato alla posa e al momento. Uno sguardo nasconde molte più cose di quelle che vorrebbe invece, onestamente, dire.
Ci sono anche fatti contingenti, poi: gli ultimi anni hanno cambiato profondamente gli equilibri della mia famiglia, tanto da uscirne totalmente stravolta. Succede che la vita non è più la stessa, da un giorno all’altro.
Il concetto di tempo è sempre stato strettamente connesso alla mia idea di famiglia, ma sono stati gli ultimi eventi ad averlo fatto diventare una ossessione fotografica: la famiglia è un luogo al di là del tempo che trascorre comunque, intaccandola.
Forse questo rende le mie fotografie troppo personali, difficilmente condivisibili: ne sono consapevole, ma non mi interessa nemmeno così tanto.
La serie “The Revenge of Time”, ad esempio, è sulla mia famiglia. Su quello che non c’è più ma che è stato… ed è stato bellissimo.
Sono particolari dei luoghi dove sono cresciuto, delle stanze dove ho vissuto per anni, del giardino, dei fiori che ho regalato a mia madre per un suo compleanno.
Raccontare così la mia famiglia significa per me dimostrale un amore assoluto.

Bella domanda da strizzacervelli, tanto per cominciare!

Arianna:
Dici che le tue foto sono difficilmente condivisibili, eppure mi colpiscono.
A chi le mostri e perché? E cosa succede quando lo fai, a te, a loro, al tempo?

Simone:
Sono contento che “smuovano” qualcosa quando le guardi: le (mie) fotografie sono sempre alla ricerca di empatia.
Una volta scattate e manipolate – le polaroid nello specifico, ma parlo per tutte le mie foto, indipendentemente dalla macchina, dal film o dal processo che utilizzo -si allontanano da me, come accade con i problemi, le ansie, le paure o i sentimenti che esplodono dopo una seduta dallo psicologo, dopo una litigata o un rappacificamento. So che è banale, ma è vero.
Non si staccano mai completamente però, non diventano altro.
Per questo difficilmente le riguardo, e ancor più difficilmente accade con le serie più intime, come spesso sono quelle dedicate alla mia famiglia.
Se mi fanno male, allora sono ben riuscite.
Uso spesso questo metro di giudizio, ma anche qui si tratta di una scala a mio uso e consumo esclusivo, quindi lascio sempre che sia Paolo il primo a vederle. Paolo è il mio compagno e conosce bene me e la mia famiglia, ha un buon occhio per la composizione, è il mio proofreader per quelle foto che contengono testo in lingua straniera, e soprattutto non ha peli sulla lingua: i primi passi delle mie fotografie nel mondo esterno non potrebbero che essere verso di lui.

 

Arianna:
E gli ultimi passi? Cosa diranno di te queste foto fra, diciamo, cento anni? E cosa diranno della fotografia?

Simone:
Gli ultimi passi seguono immediatamente i primi: ho un sito internet dove pubblico le fotografie, e una volta online sono già diventate grandi.
Come ti raccontavo, i miei progetti fotografici nascono sempre da esigenze personali, senza una commissione.
Non hanno un pubblico definito o quantomeno “di riferimento” come i reportage o i servizi nati per affiancare un articolo su carta stampata, ad esempio. Fanno un salto nel buio… un po’ come nella vita reale.
E tra cento anni diranno quello che potrebbero dire anche tra due soli giorni: mezze verità su chi e come sono.
Guardare una fotografia significa interpretarla, sempre e comunque, e chi guarda non potrà mai sapere e capire esattamente tutto ciò che il fotografo aveva in testa: lo comprenderà di meno, in maniera diversa o troverà addirittura più contenuti di quelli che si intendeva far passare.
Le foto vecchie di anni hanno poi uno strato ulteriore, che le vela e che spesso è anche il primo ad essere notato: la distanza temporale che separa fotografo e osservatore.
Una vecchia fotografia che ritrae persone, luoghi e oggetti diventa, spesso ancor prima dell’essere una immagine con uno specifico registro, composizione e maggiore o minore efficacia, un documento di come persone, usi, cose e luoghi sono cambiati nel corso degli anni.
È poi la qualità intrinseca della fotografia stessa a fare in modo che non sia percepita come un semplice “amarcord”.

Arianna:
E anche se non ne rimarrà niente, o solo mezze verità, chi vorresti fotografasse te, la tua vita, a futura memoria? O magari esiste qualcuno che la verità riesce a dirla tutta?

Simone:
Proprio ieri in un film  ho sentito dire: „Non esistono verità, solo scelte“.
Concordo pienamente, soprattutto quando si tratta di raccontare, visivamente o per iscritto. Una fotografia è innanzitutto una costruzione: inquadratura, colore o bianco&nero, tempi e apertura scelti sono determinanti per QUELLA visione. Ricollegandomi a ciò che dicevo prima, è quindi un processo altamente ambiguo sia in entrata che in uscita, sia per l’autore che per il fruitore.
Quando guardo una fotografia non ho mai l´impressione di osservare qualcosa di reale nel senso stretto del termine… ho piuttosto la piacevole sensazione di stare per conoscere qualcosa di più del fotografo che all’immagine, così come è, ha dato forma.
Anche qui poi, di fatto, sta tutto nella bravura di chi scatta: ci sono milioni di fotografie in cui non c’è nulla da vedere e che non hanno niente da dire.
Nichilismo fotografico a parte, potrei stilarti una lista di decine di fotografi da cui mi piacerebbe essere ritratto: sono prima di tutto vanitoso, e poi sempre curioso di scoprire come gli altri mi vedono.
Pensando istantaneo, chiederei a Mapplethorpe un ritratto sullo stile dei suoi primi lavori, quelli realizzati con una Polaroid 360. Mi affascina il suo concentrarsi ossessivamente sul corpo, nudo o vestito che sia. Poi il gioco di luci – meno costruito se confrontato con le foto che lo hanno reso famoso – che libera e scatena la carica sessuale del soggetto, nel bene e nel male.
Se invece fosse una sorta di reportage, uno sguardo più ampio e diluito nel tempo insomma, vorrei Stanley Kubrick.
I servizi che ha realizzato alla fine degli anni ’40 per il magazine americano “Look” hanno inquadrature contemporaneamente pulite e complesse, che dicono lasciando pur sempre qualcosa di ambiguamente sottinteso o solo trasversalmente suggerito: poche volte mi è capitato (o solo sembrato) di vederlo in altre fotografie.
Facendo una incursione nel mondo dei vivi invece, ti dico Terry Richardson.
Un ritratto da nudo ovviamente, in una di quelle situazioni che spesso ricorrono nelle sue fotografie: un gioco sessualmente divertente dove il pudore non è contemplato, o solo allo scopo di riderne a crepapelle.

 

Simone Frignani, 34 anni, italiano, vive a Berlino

www.simonefrignani.com

www.ariannasanesi.com